Sunday, May 06, 2007

Un argomento tuttora apertissimo....


6.2.2004

Aldo GIORDANO

I CRISTIANI E LA COSTITUZIONE DELL’EUROPA

Sono molto grato per questo invito e per la possibilità di questa riflessione insieme. La mia introduzione nasce dall’osservatorio del segretariato del CCEE e cerca di esprimere, in modo piuttosto schematico, alcune delle preoccupazioni che stanno a cuore alle Conferenze episcopali e alle Chiese in Europa circa lo storico momento che il nostro continente sta vivendo.

1. Le Chiesa e il processo di riunificazione europea

1.1. Un nuovo capitolo della storia europea
Le Chiese stanno seguendo con particolare interesse il processo della unificazione europea che avrà una sua tappa storica il 1 maggio 2004 con l’entrata nell’Unione di 10 nuovi paesi, in maggioranza dell’est europeo, e con la firma del trattato costituzionale europeo.
Davanti a questo processo le Chiese hanno sempre guardato a “tutta” l’Europa. Sulla scia di Giovanni Paolo II, esse non amano tanto parlare di allargamento dell’UE, ma piuttosto di “ri-unificazione” dell’Europa o di “europeizzazione” dell’Europa: l’Europa è già quella di tutte le nazioni, dei popoli, delle culture, delle Chiese e non quella di un gruppo di paesi. Con il nuovo sviluppo dell’Unione Europea deve chiudersi il capitolo drammatico di un continente diviso ideologicamente da un muro – eredità della guerra mondiale - e aprirsi un nuovo capitolo: un’Europa “a due polmoni”. Occorre ascoltare con attenzione anche le paure che sono espresse nell’est Europa, specie dalle Chiese ortodosse: cosa ne sarà della tradizione orientale, con i suoi valori, se finirà in braccio a un occidente secolarizzato e relativista? L’occidente non faccia un’opera di imposizione della propria cultura: sarebbe destinata al fallimento.
Inoltre le Chiese non sono interessate ad un’Europa fortezza, chiusa nel proprio benessere, ma ad un continente che diviene più stabile per meglio realizzare lo scambio di doni con le altre regioni della terra e contribuire alla giustizia e alla pace del mondo. Il vero punto di interesse è la fratellanza universale e non il benessere di un solo continente. L’Europa è uscita ferita dalla crisi dell’Iraq e deve oggi riposizionarsi nell’ordine internazionale. Questo implica un ripensare e ricostruire il ponte transatlantico, ma anche un confrontarsi con l’Asia che sempre più diventa protagonista sulla scena geo-politica mondiale, anche per l’andamento demografico della popolazione mondiale. Anche la Chiesa europea è chiamata a nuovi e più intensi rapporti con le Chiese degli altri continenti. Nel mese di febbraio di quest’anno sono stato in Colombia per incontrare i segretari delle Conferenze episcopali dell’America Latina e dei Carabi (CELAM) e dal 7 al12 ottobre scorso ho partecipato all’assemblea dei vescovi dell’Africa e Madagascar (SECAM) a Dakar/Senegal. Per il 2004 abbiamo in progetto un simposio di vescovi europei e africani su temi di comune interesse.

1.2. La Chiesa ed il trattato costituzionale europeo
Perché questo si realizzi, è fondamentale che tutta la costruzione europea sia illuminata da un’”idea”, una “visione”. Essa dovrebbe essere contenuta nel Trattato costituzionale la cui bozza attuale è stata elaborata dalla Convenzione - formata dai delegati dei governi e dei parlamenti degli stati membri dei paesi dell’UE e dei paesi candidati, del parlamento europeo e della commissione europea – che ha iniziato i suoi lavori il 28 febbraio 2002.
Il vertice europeo di Bruxelles del dicembre 2003, con la presidenza italiana, ha fallito nell’approvazione del trattato. Difficile oggi dire se si arriverà ad un consenso prima dell’entrata nell’Unione dei nuovi paesi come qualcuno auspicherebbe.
Riguardo al trattato, nella mia presentazione, mi limito ad accennare a tre temi che sono particolarmente importanti per le Chiese.

1.2.1. L’Europa e i valori
È pienamente condivisibile la lista dei valori che troviamo nell’articolo 2 del progetto di testo del trattato costituzionale ed il primo posto dato alla dignità umana: “L’Unione si fonda sui valori di rispetto della dignità umana, libertà, democrazia, stato di diritto e rispetto dei diritti umani”. Altrettanto è significativo il primato allo scopo della pace che apre l’articolo 3, dedicato ai fini dell’Unione. Questi elementi sono centrali nel magistero sociale pontificio della Chiesa cattolica: “Invano si cercherebbe di estrapolare dal magistero pontificio una precisa indicazione circa la tecnica istituzionale da adottare nella configurazione di un governo europeo sopranazionale. La Chiesa cattolica ha una sua dottrina sociale che non privilegia sistemi partitici né geopolitici particolari, ma procede come per cerchi concentrici. Al centro dell’attenzione e della considerazione vi è la persona umana e poi, attorno, come appunto per cerchi concentrici, vengono tutti gli ambiti nei quali si sviluppano le relazioni umane, sociali e politiche: dalla famiglia alla comunità locale con le sue varie aggregazioni, fino alla comunità nazionale e ai rapporti internazionali.” (Celestino Migliore, già sotto-segretario vaticano per il rapporto cogli stati, La Santa sede e l’Europa, in Il Regno Documenti, 9/2002, pagg. 317).
Il problema che resta aperto per il capitolo dei valori è quello del loro fondamento, del loro contenuto e della loro interpretazione. Non è sufficiente una vuota retorica dei valori. Nel nome dello stesso valore si possono sostenere posizioni del tutto contrarie: per esempio, la dignità umana viene citata sia per lottare contro l’aborto, sia a favore dell’aborto. L’impegno nell’ambito dei valori e dei diritti umani è urgente per non “abbandonare” un campo in cui la Chiesa ha qualcosa di veramente originale e autorevole da dire. L’impegno è anche necessario per non cadere in forme di impasse tra diritti umani e religione, tra diritti umani e diritto canonico. C’è il rischio, infatti, che alcuni insegnamenti o pratiche vissuti dalla Chiesa vengano ideologicamente visti come contrari ai diritti della persona o ai “nuovi diritti” come ad esempio nel caso del diritto alla vita sessuale. Incoraggiare a scelte come verginità, astensione dai rapporti prematrimoniali... potrebbe essere impugnato come contrario ai diritto alla vita sessuale!

1.2.2. Il riconoscimento giuridico dell’identità e del ruolo della Chiesa
La necessità di avere una luce che fondi e guidi l’interpretazione dei valori e l’importanza di riconoscere che il potere pubblico non è assoluto, sono certo tra i motivi dell’attesa da parte delle Chiese che il trattato costituzionale garantisca spazio alla religione ed alla libertà religiosa.
Giovanni Paolo II è tornato insistentemente e con forza sull’argomento in questi tempi: “Se qualcuno intendesse marginalizzare le religioni cha hanno contribuito e ancora contribuiscono alla cultura e all’umanesimo dei quali l’Europa è legittimamente fiera” ciò “sarebbe al tempo stesso un’ingiustizia e un errore di prospettiva” (Discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 10.1.2002).
Anche gli organismi delle Chiese europee (CCEE, COMECE, KEK) si sono occupati intensamente da questo tema. Importante è stata la collaborazione ecumenica.
Si può dire che le attese espresse dalle Chiese sono state fondamentalmente recepite nell’attuale articolo 51 della bozza deI trattato, dedicato a: Status delle chiese e delle organizzazioni non confessionali:
n. 1: “L’Unione rispetta e non pregiudica lo status previsto nelle legislazioni nazionali per le chiese e le associazioni o comunità religiose degli Stati membri”.
n.2 L’Unione rispetta ugualmente lo status delle organizzazioni filosofiche e non confessionali.
n.3. “L’Unione mantiene un dialogo aperto, trasparente e regolare con tali chiese e organizzazioni, riconoscendone l’identità e il loro contributo specifico”.
Possiamo osservare:
a. I primi due paragrafi riprendono la dichiarazione n. 11 già contenuta nel trattato di Amsterdam.
b. Il paragrafo n. 1 offre una garanzia legislativa ai concordati o trattati o accordi o intese esistenti a livello nazionale tra Chiesa e Stato.
c. Sarebbe più coerente collocare il paragrafo n. 2 altrove nel Trattato, per salvare la specificità delle Chiese e organizzazioni religiose.
d. Particolarmente interessante il terzo paragrafo che parla di un dialogo regolare (le Chiese avevano chiesto in realtà un dialogo “strutturato”) e soprattutto riconosce l’identità e il contributo specifico delle Chiese. Questo paragrafo rischiava di essere integrato nell’articolo dove si parla dei rapporti dell’Unione con la società civile. L’opzione di scrivere un articolo a parte è un importante riconoscimento della peculiarità delle Chiese rispetto agli altri organismi della società civile.
Occorre anche considerare che elementi utili riguardo la libertà di religione sono contenuti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che sarà integrata nel trattato come parte seconda (v. art.10; 14; 21; 22… ).

1.2.3. Le radici cristiane dell’Europa
Un altro punto che ha suscitato e sta suscitando grande discussione, anche nell’opinione pubblica, con posizioni contrastanti, è quello della possibilità di un riferimento esplicito a Dio o alle radici cristiane nel preambolo o nel testo stesso del trattato.
Credo utile un accenno alle varie fasi di questo acceso dibattito su cui si potrebbe già quasi scrivere un romanzo!
a. Come riferimento possiamo considerare il preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, firmato a Nizza. In esso è scritto: “Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori….”. All’ultimo momento la presidenza francese aveva chiesto di eliminare la parola “religioso” per salvare radicalmente la “laicità” delle istituzioni! Curiosamente questo termine è rimasto nella traduzione tedesca.
b. Per il trattato costituzionale le proposte sono state diverse: 1. Citare il nome di Dio (invocatio Dei); 2. Fare riferimento alla eredità religiosa dell’Europa; 3. Nominare chiaramente le radici cristiane dell’Europa; 4. Fare riferimento alla trascendenza.
c. Il 6 febbraio 2003 è resa pubblica la proposta dei primi 16 articoli da parte della presidenza della Convenzione. Le Chiese si attendevano che nei seguenti articoli avrebbero potuto trovare spazio le proprie esigenze: art. 1. Istituzione dell’Unione; art. 2. Valori dell’Unione; art. 3. Obiettivi dell’Unione. In realtà nella proposta dei primi 16 articoli non si trova alcun riferimento esplicito al fatto religioso. Le Chiese sono contente per quello che è scritto (es. posto che ha la dignità umana o la pace), ma sono “deluse” per quello che non è scritto! Si attende che il vuoto sia colmato altrove.
d. Il 28 maggio 2003 si pubblica la prima bozza del preambolo. In essa è scritto:
“Ispirandosi ai retaggi culturali, religiosi e umanistici dell’Europa i quali nutriti dapprima dalle civiltà greca e romana, segnati dallo slancio spirituale che ha attraversato l’Europa, e continua ad essere presente nel suo patrimonio, e successivamente dalle correnti filosofiche del secolo dei lumi, hanno ancorato nella vita della società la sua percezione del ruolo centrale della persona umana, dei suoi diritti inviolabili e inalienabili e del rispetto del diritto…..”
Notevole la reazione. È vero che la parola religione è presente in questa proposta, ma il punto che ha sorpreso molti cristiani, molti autorevoli rappresentanti delle Chiese, ma anche molti laici e uomini di cultura è il fatto che nella proposta di preambolo si fa riferimento alle radici dell’Europa e tra esse si parla di civiltà greca e romana e poi si salta al secolo dei lumi, senza citare esplicitamente il cristianesimo. Si parla solo di un generico “slancio spirituale che ha attraversato l’Europa”. È una grossolana “ignoranza” della storia.
e. Il 12 giugno la Convenzione pubblica l’attuale preambolo modificato:
“La nostra Costituzione si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di una minoranza, ma della cerchia più ampia di cittadini” (Tucidide II,37)
Consapevoli che l’Europa è un continente portatore di civiltà; che i suoi abitanti, giunti a ondate successive fin dagli albori dell’umanità, vi hanno progressivamente sviluppato i valori che sono alla base dell’umanesimo: uguaglianza degli essere umani, libertà, rispetto della ragione;
“Ispirandosi ai retaggi culturali, religiosi e umanistici dell’Europa, i cui valori, sempre presenti nel suo patrimonio, hanno ancorato nella vita della società la sua percezione del ruolo centrale della persona umana, dei suoi diritti inviolabili e inalienabili e del rispetto del diritto…”.
Il testo è migliorato, perché si è eliminato il paradosso di riferirsi alle radici dell’Europa senza nominare il cristianesimo. La frase più incriminata è stata semplicemente eliminata. Tuttavia si è scelto la strada dell’impersonalità, del generico e del tentativo di trovare un consenso su un minimo comune denominatore: “retaggi culturali, religiosi e umanistici”.

1.2.4. Qualche osservazione circa il dibattito sulla religione e il cristianesimo
Il dibattito è stato particolarmente vivo, interessante ed anche doloroso. Perché tanta difficoltà a citare il cristianesimo? Pesano: contrasti ideologici già piuttosto datati; l’autoritarismo di un certo laicismo; ma soprattutto una incomprensione di fondo del fatto religioso e cristiano: alcuni pensano a una questione di privilegi, altri alla necessità di dividerci una torta; alcuni ritengono che citare il cristianesimo sarebbe un torto alle altre religioni, altri che sarebbe un pericolo per la laicità... C’è una sorta di paradosso. Da un lato le istituzioni europee sono aperte alle Chiese in quanto comprendono che esse hanno un grande contributo da dare specie riguardo la base etica, l’”idea” dell’Europa e sul versante della pace e del senso della vita. Dall’altra si sente una specie di allergia diffusa verso tutto ciò che è legato alla religione o la tendenza a considerare la religione come fatto esclusivamente privato o almeno la convinzione che Dio e religione hanno niente a che fare con un trattato giuridico. Non possiamo anche negare problemi “nostri”, interni, che creano difficoltà: l’incapacità di mostrare che non si tratta di difendere dei privilegi; la divisione fra le Chiese; lo sfruttamento della religione o del nome di Dio per posizioni violente come nel caso della crisi dell’Iraq.


2. Per una nuova prospettiva

Invece di tentare la via di trovare un consenso su un minimo comune denominatore, sarebbe il tempo di cercarlo sul massimo. Occorre volare più in alto. Non si tratta di trovare un minimo su cui tutti si trovano impersonalmente e “noiosamente” d’accordo, ma esplorare la ricchezza più vera e profonda che ognuno e ogni esperienza può dare. Il cristianesimo ha qualcosa di grande da dare non tanto come generica esperienza religiosa, ma come la specifica rivelazione di Gesù Cristo morto e risorto. È Lui il punto interessante per tutti! Il tentativo di accontentare tutti annacquando ogni cosa non contiene alcuna novità ed è sottilmente violento, perché non rispettoso della vera e profonda identità di ciascuno.

2.1. Il problema o la domanda
Invece di dare l’impressione di spartirci privilegi o briciole, proviamo a partire “insieme” dai problemi “seri” che gli europei devono affrontare. Per esporre la sfida fondamentale che è presente nella storia di oggi, faccio a riferimento ad un’esperienza culturale tipica del Mediterraneo: le tragedie dei greci. In un paese “mediterraneo” come l’Italia, mi viene spontanea una domanda: perché i greci, padri della cultura europea, in questo nostro sud dell’Europa hanno scritto le tragedie? Spesso si è affermato che i greci erano un popolo amante della vita, solare, capace di divertirsi, danzare, giocare con l’esistenza. Perché allora proprio essi, così vitali, hanno scritto le tragedie? I greci in realtà erano ben consapevoli del fatto che la vita è tragica, in quanto è segnata dal male, ma essi hanno tentato l’impresa più ardua, cioè hanno cercato di trasfigurare il tragico della vita, il male, il negativo, in un’opera d’arte, in un teatro, per farne un oggetto di meraviglia, di ammirazione, di spettacolo. Questa mi sembra la più grande sfida, quella estrema: c’è un segreto per trasformare il tragico della vita e il male in un capolavoro artistico, in uno spettacolo? o si tratta di pura illusione? Forse possiamo trovare un consenso sul fatto che questo è il problema radicale di tutti.
Sono soprattutto due gli spazi del tragico che i greci ben conoscevano e che anche oggi, mi sembra, costituiscano le due domande di fondo che l’Europa pone ai cristiani e alle Chiese.
a. Il primo spazio dove la tragedia può esplodere è quello della convivenza tra i popoli, le culture, le etnie, le religioni. È la questione della pace. Sono stato a visitare Dachau e Auschwitz. Nel mese di agosto 2002 ho pregato con una delegazione europea nel Lager di Karaganda (Spassk) nelle immense steppe del Kazakstan. Il 3-6 ottobre 2002 abbiamo realizzato l’assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE) a Sarajevo, città simbolo di una catastrofe. Come costruire una “casa” europea capace di ospitare popoli diversi, senza, da un lato, annientare le singole identità con sistemi totalizzanti e senza, dall’altra, cadere nel conflitto distruttivo tra le differenze o nel terrorismo? Come assumersi, in quanto europei i problemi dell’umanità intera, specie del sud del mondo, in una logica di scambio di doni? È giunta l’ora di un salto di qualità storico nei rapporti fra gli uomini?
b. Il secondo spazio di tragedia, ancora più radicale, è quello del senso della vita. Esiste un senso al vivere e alla storia? Il dolore e la morte sono l’ultima parola per l’uomo e come tali sono lo scacco ad ogni mio desiderio? È emblematico un testo di Nietzsche: "L'uomo era principalmente un animale malaticcio: ma non la sofferenza in se stessa era il suo problema, bensì il fatto che il grido della domanda "a che scopo soffrire?" restasse senza risposta (...) L'assurdità della sofferenza, non la sofferenza, è stata la maledizione che fino ad oggi è dilagata su tutta l'umanità" . Questa domanda esistenziale di fondo è ridiventata più udibile in un’Europa post-ideologica. Essa rimanda immediatamente alla domanda sul trascendente, su Dio. Ad essa sono anche legate le grandi questioni etiche che l’umanità affronta: dalla biomedicina all’ecologia. C’è un bene o qualcuno a cui posso affidare la mia vita in grado di rispondere al mio desiderio di vita, di felicità, di festa, di affetto e di eternità e che sia criterio per il mio agire?
Probabilmente siamo ancora tutti d’accordo sul fatto che questi sono i reali spazi di tragedia che dobbiamo affrontare.

2.2. Il segreto del cristianesimo
Davanti a queste domande di fondo o spazi di tragedia, ci ridomandiamo anche noi oggi in Europa: c’è una via per passare dentro il tragico della vita e trasfigurarlo in “opera d’arte”? Chi può dirci qualcosa o offrirci una luce per queste domande di fondo decisive per l’umanità? In realtà queste questioni appartengono al cuore dell’esperienza cristiana.
Per trovare il segreto possiamo ripartire da quella cattedra „inattesa e scandalosa“ che è il Dio Crocifisso, quando si fece buio su tutta la terra e il Figlio giunse a gridare l’abbandono da Dio: la grande tragedia della storia. È dalla Pasqua che possiamo ripartire per incontrare la nostra cultura europea. Il Cristianesimo ha nel suo cuore una „morte di Dio“ e una notte che sono andate aldilà di ogni proclamazione culturale del nulla o della „morte di Dio“.
Nella tragedia della vita il Cristo ha introdotto la novità dell’amore. Egli ha vissuto la sofferenza e la morte come la più grande chance per amare. “Non c’è amore più grande di colui che da la vita per i propri amici”. L’amore vissuto dal Cristo e da Lui portato sulla terra è l’origine della casa e della comunione tra gli uomini: nasce una nuova socialità che ha le sue radici nel seno della Trinità di Dio dove il vivere coincide con il dono totale di sé all’altro. Quando le nostre identità, le nostre diversità ed i nostri talenti diventano dono e questo è vissuto reciprocamente si aprono sentieri di riconciliazione in ogni ambito: da quello ecumenico a quello politico.
Il Risorto, vita e bellezza eternizzata, presente fra noi, rende eterno anche il nostro desiderio di festa, di bello, di vero e lo salva dallo scolorimento e dalla morte. Il senso esiste perché l’Eterno è entrato nel tempo ed ha assunto in Sé la nostra storia concreta.

2.3. Il contributo delle Chiese per l’Europa.
2.3.1. Il primo contributo che le Chiese possono dare all’Europa è il cristianesimo stesso, il vangelo. Da alcuni anni ormai parliamo, anche sulla scia di Giovanni Paolo II, di una evangelizzazione di nuova qualità per l’Europa. A questo riguardo vorrei fare alcune osservazioni.
a. La responsabilità di ridonare il vangelo all’Europa non nasce solo dal fatto che l’Europa ha radici cristiane (questo è un fatto che direi ovvio: non si può comprendere nulla dei due ultimi millenni dell’Europa senza il riferimento al cristianesimo), ma dal fatto che il cristianesimo in se stesso – direi in termini oggettivi – è un dono per l’umanità. Parlando un po’ paradossalmente direi: se anche scoprissimo che l’Europa non ha radici cristiane, sarebbe responsabilità dei cristiani donare ora, per la prima volta, all’Europa il grande dono di umanità, di socialità, di fraternità e di trascendenza che è contenuto nella rivelazione cristiana. Questo non significa introdursi in vicoli fondamentalisti. L’essere cristiani e il credere nella verità cristiana è essere discepoli di un Signore che dà la vita per l’altro, perché l’altro esista.
b. Mi sembra importante ancora un chiarimento. Non dobbiamo rischiare di confondere cristianesimo e occidente: se vogliamo comprendere cosa è il cristianesimo dobbiamo guardare a Gesù Cristo. Il cristianesimo non coincide mai con nessuna realizzazione storico-culturale e quindi neppure con l’Europa o l’occidente, pur riconoscendo la “vocazione” speciale e il ruolo storico dell’Occidente per la storia del cristianesimo.

2.3.2. Co-essenziale alla dimensione dell’evangelizzazione è quella della comunione. Vedrei nel futuro dell’Europa in particolare tre luoghi di comunione o tre sentieri prioritari da percorrere. Essi mi sembrano tre contributi essenziali per la “ri-unificazione” dell’Europa.
a. La universalità o cattolicità. Nel suo senso più ampio la cattolicità è la possibilità di realizzare una comunione universale, un’unità, senza alcun tipo di frontiera, in modo che le differenze non siano cancellate, ma piuttosto si realizzino nella loro identità.
b. L’ecumenismo. Nonostante le situazione di „crisi“ che tutti conosciamo, viviamo segnali di speranza. Durante l’assemblea ecumenica europea che si è svolta a Graz nel 1997 si è percepito che c’è un popolo ecumenico che abita l’Europa, e che incarna uno stile di vita di comunione e una ricerca della riconciliazione e della collaborazione a tutti i livelli. L’ecumenismo è uscito dalle strutture istituzionalizzate, dalle facoltà, da cerchie ristrette di pionieri e sta diventando un’esigenza di tanti cristiani d’Europa, un fatto “normale” e questo indica che è iniziata una nuova fase del cammino di riconciliazione.
Un’esperienza paradigmatica è il processo avviato dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) insieme alla Conferenza delle Chiese d’Europa (KEK) costituito dalla Charta Oecumenica – Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa. Si tratta di un documento, firmato ufficialmente a Strasburgo il 22 aprile 2001. La Charta Oecumenica contiene 26 impegni che le Chiese in Europa sono invitate ad assumersi per rendere di nuovo visibile storicamente l’”una, santa, cattolica, apostolica” Chiesa di Cristo .
La terza parte della Charta Oecumenica - la più ampia - delinea i contributi fondamentali che le Chiese sono chiamate ad offrire all’Europa: ‘La nostra comune responsabilità in Europa’.
Le Chiese, senza pretendere di avere una riposta esaustiva su tutti i problemi della società e della cultura, si sentono responsabili di contribuire a plasmare l’Europa.
c. L’incontro tra le religioni. L’incontro con le altre culture e fedi è diventato un fatto in conseguenza del fenomeno delle migrazioni o più in generale della mobilità umana. Ma il tema ha assunto un’impressionante attualità dopo l’11 settembre: sembra quasi che la religione sia divenuta di moda! Paradossalmente si può dire che il terrorismo ha richiamato l’attenzione del mondo sulle religioni e sul loro ruolo per la costruzione (o la distruzione!) della pace.
Nella Chiesa questo tema è stato affrontato da decenni, ma la novità è che esso, ora, è affrontato anche dalla politica, dai governi, dalla società civile. Questo può avere un lato positivo, ma contiene anche il rischio che le religioni si ritrovino il dialogo fra loro come un’imposizione, secondo criteri politici, cioè esterni al fatto religioso. La Chiesa deve riprender in mano questo dialogo alla luce della sua grande esperienza.
Per realizzare questo senza equivoci o pericolose superficialità, è giunto il momento dell’approfondimento. È urgente in particolare un approfondimento dei concetti di verità, identità, dialogo, carità, annuncio, per evitare sterili contrapposizioni o riduzioni.
È emblematico il fatto che la terza parte della Charta Oecumenica dedichi il maggior numero di capitoli al tema della riconciliazione tra culture e religioni: “Riconciliare popoli e culture” (n.8); “Approfondire la comunione con l’Ebraismo” (n.10); Curare le relazioni con l’Islam (n.11); “L’incontro con altre religioni e visioni del mondo” (n.12). C’è coscienza che il primo contributo che possiamo dare all’Europa è l’esperienza di riconciliazione, di dialogo, di pace che possiamo vivere tra noi credenti in Dio, insieme alla difesa della centralità della persona umana e la proposta di un senso.

2.3.3. E infine un accenno sulla vocazione culturale dell’Europa. Nonostante tutti i sentieri interrotti, smarriti o anche devianti che l’Europa ha intrapreso, essa ha prodotto enormemente nel campo della cultura ed è stata anche il luogo in cui la cultura si è lasciata rinnovare dal cristianesimo. Nell’Europa ci sono idee impazzite, ma ci sono idee! La nostra responsabilità è di ridare ordine, unità e senso a queste idee. L’Europa può tentare un salto di qualità storico a livello di umanità, socialità, diritti, doveri, dignità, libertà, fraternità… se ritorna a quella sorgente che rende possibile questa novità. Dall’Europa sono partiti i testimoni del vangelo verso tutti i confini del mondo: questo appartiene alla sua vocazione ed è quindi irrinunciabile anche oggi. Un’Europa nuovo laboratorio di inculturazione del cristianesimo, dell’evangelizzazione e dell’incarnazione storica del cristianesimo, sarà molto significativa per gli altri continenti. Se l’Europa sarà se stessa – “diventerà ciò che è” - potrà sperimentare il dono che è contenuto nelle altre regioni e culture e potrà comprendersi più in profondità.

In conclusione
Da queste veloci osservazioni forse si intuisce che dietro alle attese dei cristiani non c’è solo l’interesse di vedere riconosciuto il ruolo e la libertà delle Chiese, che pur sono fondamentali. Quello che interessa è soprattutto il non chiudere il cielo dell’Europa nei puri confini del terrestre e del mortale, che finalmente coincide con il non senso. Desideriamo lasciare il cielo aperto per una trascendenza ed un mondo di valori che, come cristiani, riteniamo sia la via per disinnescare l’odio e per realizzare pienamente la persona umana.
C’è un proverbio arabo che mi piace particolarmente: “Se vuoi tracciare un solco diritto, attacca il tuo aratro ad una stella”. Il nostro primo compito come Chiese e comunità ecclesiali in Europa è quello di indicare la stella per eccellenza: Gesù crocifisso e risorto. Da lui derivano anche le tracce per un cammino diritto per l’Europa. Sono grato di poter percorrere questo cammino con tanti amici, fratelli e sorelle nella fede in questo momento storico.

Fonte: http://www.ccdc.it/




Friday, May 04, 2007

Ultim'ora : il Manifesto "Più Famiglia"

In uno dei vari punti toccati nel Manifesto si sottolinea la necessità di politiche pubbliche di promozione della famiglia

La famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale. Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa. La famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale. Non a caso i più importanti documenti sui diritti umani qualificano la famiglia come “nucleo fondamentale della società e dello Stato”.Anche in Italia la famiglia risente della crisi dell’Occidente - diminuzione dei matrimoni e declino demografico - e le sue difficoltà incidono sul benessere della società, ma allo stesso tempo essa resta la principale risorsa per il futuro e verso di essa si rivolge il legittimo desiderio di felicità dei più giovani. Nel loro disagio leggiamo una forte nostalgia di famiglia. Senza un legame stabile di un padre e di una madre, senza un’esperienza di rapporti fraterni, crescono le difficoltà di elaborare un’identità personale e maturare un progetto di vita aperto alla solidarietà e all’attenzione verso i più deboli e gli anziani. Aiutiamo i giovani a fare famiglia. A partire da queste premesse antropologiche, siamo certi che la difesa della famiglia fondata sul matrimonio sia compito primario per la politica e per i legislatori, come previsto dagli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione. Chiediamo al Parlamento di attivare - da subito - un progetto organico e incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di disgregazione sociale, per porre la convivenza civile sotto il segno del bene comune. L’emergere di nuovi bisogni merita di essere attentamente considerato, ma auspichiamo che il legislatore non confonda le istanze delle persone conviventi con le esigenze specifiche della famiglia fondata sul matrimonio e dei suoi membri. Le esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato costituzionale. Poiché ogni legge ha anche una funzione pedagogica, crea costume e mentalità, siamo convinti che siano sufficienti la libertà contrattuale ed eventuali interventi sul codice civile per dare una risposta esauriente alle domande poste dalle convivenze non matrimoniali. Come cittadini di questo Paese avvertiamo il dovere irrinunciabile di spenderci per la tutela e la promozione della famiglia, che costituisce un bene umano fondamentale.Come cattolici confermiamo la volontà di essere al servizio del Paese, impegnandoci sempre più, sul piano culturale e formativo, in favore della famiglia. Come cittadini e come cattolici affermiamo che ciò che è bene per la famiglia è bene per il Paese. Perciò la difenderemo con le modalità più opportune da ogni tentativo di indebolirla sul piano sociale, culturale o legislativo. E chiederemo politiche sociali audaci e impegnative. Il nostro è un grande sì alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani.

Roma, 19 marzo 2007

(fonte: romasette.it )
Per incominciare propongo un ottimo pezzo di Francesco Bof apparso di recente su ticonzero (attendo Commenti qui):

da: T° (ticonzero - knowledge and ideas for emerging leaders)*

No. 74/2007
Italia, italiani e senso etico: perché gli scandinavi sono più felici di noi?

Francesco Bof
SDA BOCCONI SCHOOL OF MANAGEMENT

I sistemi sociali si connotano per le regole e i comportamenti che le persone che li costituiscono dichiarano di volere, e/o dovere, rispettare. Il sistema politico si caratterizza tra questi come
quel sistema in grado di orientare i comportamenti dei sottosostemi che lo compongono. Questi sistemi sono imprescindibilmente legati uno all'altro: cosa può succedere quando questo rapporto di interdipendenza e responsabilità reciproca non funziona come dovrebbe?
Francesco Bof, prendendo spunto da una ricerca dell'Università di Cambrige sulla felicità dei cittadini europei e passando attraverso l'analisi di stereotipi e fatti di cronaca, evidenzia alcune modalità disfunzionali del rapporto fra cittadino e istituzioni in Italia, ovvero: del "senso etico degli Italiani".
L’etica pubblica, intesa come la capacità di individui, gruppi e comunità nel conformarsi a principi e regole che perseguono il bene pubblico, è un tema di enorme rilevanza perchè riguarda iascuno di noi, perché riguarda la società e ciascuna delle sue componenti organizzate e perché riguarda il rapporto di fiducia reciproca tra i cittadini (noi) e le istituzioni che rappresentano la società. Oggi, in Italia, l’etica è un tema più che mai attuale e forse sarebbe meglio che non lo fosse, come ci conferma anche uno studio dell’Università di Cambridge. Cerchiamo di capire perché. E perché gli svedesi sono più felici di noi.

1 - Antefatti
Philadelphia. Novembre 2002. Nei pochi giorni di permanenza, dibattendo il tema sempreverde delle diversità culturali, sia Frank, collega della University of Pittsburgh, sia Hyrin, amica sud-coreana che vive a New York, mi esprimono seppur con parole diverse la stessa idea: che le popolazioni del Nord Europa siano poco amichevoli, di indole cupa e poco propensa al sorriso, al contrario di quelle del Sud Europa, Belpaese in testa, più socievoli, passionali, sorridenti e confortate dal clima temperato dell’area mediterranea. A supporto della tesi, Frank racconta le sue esperienze ed Hyrin cita statistiche sul numero di suicidi in Svezia.
Stoccolma, Settembre 2003. Mi ci trovavo con Gianni, un collega ed amico, per partecipare ad un Convegno. Una sera Gianni, transitando per caso nei pressi del Palazzetto dello Sport, una moderna struttura a forma di pallone, incuriosito dal viavai di persone, ha chiesto informazioni per sapere quale evento fosse in programma: semifinale degli europei di basket, Italia-Spagna. Del gioco conosceva a malapena le regole, ma il fatto che in campo ci fosse l’Italia e che si trattasse di una partita di cartello, lo convinse a comprare il biglietto per seguire il match. Tutto esaurito. Gianni non molla ed improvvisa: racconta alla cassiera di essere un giornalista (che non è) e di essersi dimenticato il tesserino in albergo. Gentile, sorridente e senza sospetto, né malizia, lei gli fornisce un pass per l’area stampa.
Senza colpo ferire. Incredulo, Gianni prende il pass, accede alla struttura e si gusta la partita da posizione privilegiata. Mi ha poi confessato di aver provato un acuto senso di colpa di fronte alla presunzione di innocenza nei suoi confronti manifestata dalla cassiera svedese: la sua cultura e la sua educazione non prevedevano la possibilità che qualcuno potesse mentire per ottenere gratuitamente o indebitamente un servizio. Sempre a Stoccolma, dopo qualche giorno di permanenza, ho notato l’altissimo numero di persone portatrici di handicap che circolavano, autonomamente, in carrozzina. Ho subito pensato quanto fosse strano che in Svezia fossero così tanti. Poi ho capito, che, in realtà, la differenza rispetto ad altri paesi non stava nel numero, ma nella possibilità che a Stoccolma hanno, al contrario che in Italia, di circolare all’interno della città: grandi spazi, marciapiedi (tutti!) con corridoi di discesa e di salita, negozi con pedane di accesso etc etc. In molte zone di Stoccolma chi ha problemi di motilità può beatamente andare in giro senza bisogno di accompagnatori, senza trovare ostacoli infrastrutturali, perfettamente integrato nel tessuto urbano. Un po’ come in Italia, insomma.
Felicità e società: una sorpresa che arriva da Cambridge. Uno studio dell’Università di Cambridge del 2004 (1) ribalta drasticamente i due stereotipi ribaditi dagli amici di Philadelphia: il primo è quello che riguarda l’Italia, nota per la sua “dolce vita” e per la grande capacità di godersi la vita, il secondo è quello che riguarda le popolazioni nordiche, considerate chiuse ed infelici, intrappolate come sono dal gelo, dal buio e dall’introspezione. La motivazione fornita dallo studio è ancor più interessante: i popoli nordici sono più felici perché credono nello Stato, nelle leggi e nel sistema sociale che gli garantisce un avvenire privo di “cattive notizie”, noi all’opposto non abbiamo fiducia nella società in cui viviamo e nelle istituzioni che la rappresentano, ci sentiamo insicuri e guardiamo al futuro con ansia. In sostanza non abbiamo fiducia in noi stessi. Gli italiani non credono negli italiani e di questo sono preoccupati.

2 - Il senso etico degli italiani
Ripartiamo, ora, dalla nostra cultura nazionale. Il grande giornalista Luigi Barzini jr (e con lui Montanelli), negli anni ’60 descriveva gli italiani con immagini e parole che hanno superato la prova del tempo. I suoi ritratti sono ancora attuali. Barzini insisteva su tratti come scaltrezza, cinismo, diffidenza, buon senso, intuizione, sensibilità artistica. Barzini riuscì anche a trasformare alcuni vizi in virtù: poteri occulti, familismo amorale, scarso senso dello Stato ed opportunismo, elementi portanti del suo straordinario affresco degli italiani e della loro storia (2), rivelano due
facce: un risvolto cattivo, ma anche uno più positivo.
E’ tuttora indubbio che clan, mafie, consorterie e lobby siano forme ricorrenti per cui il bene collettivo viene sistematicamente e furbescamente scavalcato da una pluralità di interessi corporativi, legali od illegali. Il primo di questi interessi è quello, supremo, della famiglia. L’italiano valuta il funzionamento, efficiente o inefficiente, dello Stato, a seconda della sua maggiore o minore coincidenza con l’interesse suo e della sua famiglia. Con la frase “tengo famiglia”, in Italia, si tende a giustificare qualunque comportamento, e se le istituzioni si oppongono, significa che sono mal regolate. Il pragmatismo che ne deriva è di quelli pronti a tutto: la famigerata “arte di arrangiarsi” delle famiglie italiane. In un paese in cui si cresce nel solenne rispetto del detto “chi fa la spia non è figlio di Maria”, si fanno denunce ai Tribunali solo se si ha chiara e diretta convenienza, valutata in seguito ad opportunistiche analisi costi/benefici; se l’esito previsto di un ricorso alla giustizia, dopo aver considerato i suoi tempi, gli ostacoli burocratici, le probabilità di vittoria ed il ritorno economico e di immagine, dovesse essere negativo, a quel punto diventa preferibile rinunciare all’esercizio dei propri diritti.
Oggi più che mai, gli italiani fanno favori solo per poi riceverli e si ritrovano invischiati, per cultura, ma anche per necessità, nella ricerca di scappatoie burocratiche e nell’estenuante corsa alla raccomandazione per sé, per i figli, per i nipoti come se fosse, comunque e sempre, l’unica strada percorribile. Centri di potere, forme di scambio e clientele, rinnegate a parole, sono ambite e ricercate nei fatti; se poi queste fossero in nome di ideali o nobili intenti, tanto meglio, perché questo permetterebbe ai più ipocriti di mascherarsi sventolando bandiere e proclamando il proprio candore. Non ci si stupisca, quindi, che forme estreme, violente ed illegali come mafia, camorra, gruppi criminali stranieri attecchiscano e prosperino: l’Italia è ricca di semi pronti a germogliare all’interno di una cultura del sospetto che non esiste, per esempio, in Svezia. Dove non è neanche immaginabile che un cittadino possa mentire ad un pubblico funzionario contrapponendo i suoi interessi a quelli dell’amministrazione.
Le diverse forme corporative (famiglia, associazioni o partiti politici), però, costituiscono elementi portanti della società italiana, in grado di provvedere ai bisogni dei singoli. Ad esempio, lo sviluppo di legami forti e longevi tra i singoli – ovvero di legami sociali intensi e ripetuti nel tempo – facilita la creazione di fiducia, di valori condivisi e di linguaggi comuni, permettendo, in questo modo, di usufruire di tutti i vantaggi tradizionalmente associati alla forma organizzativa del “clan” (3) come, ad esempio, la riduzione al suo interno del potenziale di opportunismo, la
creazione di una cultura forte e condivisa tra i suoi membri e lo sviluppo di fenomeni di reciprocità tra gli attori coinvolti (4). Ecco il risvolto buono.
Paradossalmente, in queste forme corporative gli individui mostrano fedeltà, spirito di sacrificio, lealtà, e generosità, virtù che uno Stato si attende che siano dedicate proprio al bene collettivo ed alle istituzioni.

3 – La fiducia
Nel rapporto Istituzioni-cittadino, da un punto di vista politico-sociale la ricerca di soluzioni al problema etico riguarda il rapporto di fiducia che deve necessariamente intercorrere tra chi fornisce un servizio pubblico e chi lo riceve all’interno di un ordinamento democratico. La pubblica amministrazione deve riuscire ad essere depositaria di tale fiducia, dimostrandolo attraverso la propria azione. Anche i risultati dello studio degli scienziati di Cambridge confermano che il fattore fondamentale affinché una società sia positiva e possa crescere, anche eticamente, è che ciascun cittadino, possa legittimamente contare sulle istituzioni e sulle strutture di governo pubblico. L’etica rappresenta, dunque, il fine a cui tendere favorendo, ricostruendo e consolidando un rapporto di fiducia tra amministratori ed amministrati.
Siamo probabilmente in una fase in cui la già fisiologicamente scarsa fiducia (che origina dallo scarso senso etico degli italiani di cui si è detto) si sta ulteriormente indebolendo; l’osservazione dei fenomeni attuali nella società italiana, difatti, non ci conforta, senza incorrere nel qualunquismo e nell’errore di “fare di tutta l’erba un fascio”. Anche se non è facile visto i recenti scandali che hanno colpito diversi aspetti della vita italiana. Ad esempio, i sempre più numerosi scandali legati all’inadeguatezza delle cure nelle strutture sanitarie e al dissesto ospedaliero hanno originato il provvedimento (5) del Ministro della Sanità Turco, già auspicato dal suo predecessore. Sempre in tema di salute, il rapporto tra aziende sanitarie pubbliche ed imprese fornitrici non è mai stato cosi’ dibattuto come negli ultimi tempi come testimonia il recente e momentaneo blocco delle sponsonsorizzazioni ai medici e lo scandalo Glaxo di pochi anni fa (6). Anche il settore del risparmio non è rimasto indenne: i crack dei gruppi Parmalat e Cirio hanno screditato le istituzioni garanti dell’affidabilità dei titoli quotati, e creato sfiducia nei risparmiatori (7); neanche la Banca d’Italia è uscita illesa dallo scandalo BPL. Le procedure di appalto nel settore delle costruzioni sono applicate troppo spesso strumentalmente e senza tener conto dell’interesse pubblico, mentre il lavoro nero e l’economia sommersa non danno segno di cedimento, soprattutto in certe zone geografiche. Infine, le vicende recenti che riguardano l’acquisto di Telecom sono state così commentate da Sergio Romano “Il mondo della politica (governo, partiti, sindacati) vuole interlocutori nazionali perché teme, con ragione, che i proprietari stranieri rifiuterebbero di giocare la partita con le regole a cui siamo abituati” (8).
Difficile, dunque, biasimare le proteste di chi non si fida più delle tutele pubbliche, sia dei politici, sia di organismi tecnici come la Consob, l’AIFA, l’Authority delle Telecomunicazioni, la FIGC, etc.
Quanto più interessi individuali o di gruppo male orientati dimostrano la capacità di bypassare le regole, tanto più aumenta la distanza tra cittadini ed istituzioni. Di primo acchito, i fenomeni che affiancano comportamenti non-etici a fattori di inaffidabilità dei sistemi, provocano delusione e disagio nel cittadino. Di solito, segue sempre una reazione, con tempi, modalità e soprattutto esiti diversi: chi ha fatto dell’interesse comune un valore imprescindibile rimane integerrimo perché risponde a se stesso prima ancora che alla società civile, altri, invece, trovano finalmente un alibi ineccepibile per eliminare ogni scrupolo residuo.
Nascono così le premesse di un pericoloso circolo vizioso: la mancata applicazione delle regole pubbliche stimola le tentazioni private, il disinteresse verso il bene collettivo spinge oltremisura gli interessi individuali, il vizio pubblico alimenta il vizio privato.
Chi ci amministra, ci tutela e chi definisce regole e modalità di controllo e di applicazione delle leggi sembra essere soggetto ai vizi del popolo più di quanto non fosse nei decenni precedenti. Le nostre classi politiche non appaiono in grado di rappresentare in solido l’interesse comune come nei decenni passati. Negli anni ’70, periodo buio e conflittuale, i partiti, nessuno escluso, rappresentavano contenuti morali entro i quali trovare protezione e garanzie. Era alta la tensione generale verso valori che tutelassero i nostri diritti, e fors’anche per questo i conflitti sociali si sono spinti troppo in là arrivando ed estremi deprecabili. Ma i cittadini, mediamente, si sentivano rappresentati dalla politica e dalle istituzioni, da una parte o dall’altra. Negli anni ’80 e ’90 si sono innestati una serie di auspicabili processi liberisti che hanno cambiato i partiti e le rappresentanze sociali ma che hanno inevitabilmente abbattuto gli steccati morali; questi processi non sono stati gestiti ed il popolo, gli “Italiani” di Barzini jr e di Montanelli, si è ritrovato a briglie sciolte.
Adesso, nel 2007, anche i partiti si ritrovano privi di leader capaci di ricompattare i valori, garantire l’applicazione delle regole e ricreare, così, fiducia. I diritti fondamentali della persona, i principi di libertà, solidarietà ed uguaglianza, ed un ordinamento giuridico garantista non sono, di per sé, sufficienti, né è stato sufficiente che Ciampi li abbia più volte ricordati insieme ai valori dell’unità nazionale. E invece, come nel caso di AT&T che ha abbandonato l’idea di acquisire Telecom, in assenza di regole o, peggio, in presenza di regole inapplicate “a posteriori……si finisce sempre per creare un'interferenza politica nelle dinamiche di mercato (9)” perdendo credibilità, e minando le potenzialità del progresso tecnologico e del paese.
Ogni volta che scoppia uno scandalo, non si coglie l’opportunità per riscrivere le regole del sistema: è successo con Tangentopoli e con il crack Parmalat, ora anche con Calciopoli. In generale, stiamo continuando a perdere opportunità di recupero del senso etico dello Stato e dell’interesse individuale letto anche come interesse comune. Quando l’illegalità sostanziale si contrappone in modo così virulento alla legalità formale dimostrando di poterla sconfiggere o addirittura di potere non tenerla in considerazione, è la democrazia medesima che perde la sua credibilità, e con lei le istituzioni, percepite sempre più lontane dai cittadini, ed incapaci di offrire risposte adeguate alle domande concrete provenienti dalla società civile. Ecco dunque, che entrano in gioco le conoscenze personali per sopperire a questo vuoto:
l’amico, i parenti, il club del sigaro, il nuovo partito politico locale, la Confederazione, “l’Agenzia Pubblica in cui lavora mio cugino” fino ad arrivare al caso estremo dell’associazione a delinquere, in gergo il “Sistema” (10).
Pertanto, è urgente proporre azioni, strumenti, ruoli che creino una tensione positiva e naturale al fine etico del bene comune e che a) spezzino il circolo vizioso privato-pubblico-privato creato dalla sempre più scarsa fiducia tra cittadini e istituzioni e b) impediscano a culture deteriori, senza freni e con regole proprie, di prevalere e, perché no, c) ridiano speranza nel futuro e soprattutto la felicità di affrontarlo.
Tratteremo alcune di queste azioni, ruoli, strumenti nei prossimi numeri di Ticonzero.


(1) Da uno studio, riportato da Francesco Tortora sul Corriere della Sera del 17 aprile, e condotto nel 2004 da scienziati della Cambridge University su un campione di 20.000 cittadini del Vecchio Continente residenti nei 15 Stati che nel 2004 facevano parte dell'Unione Europea, risulta che gli italiani sono il popolo più infelice. La classifica: 1. Danimarca, 2. Finlandia, 3. Irlanda, 4. Svezia, 5. Olanda, 6. Lussemburgo, 7. Belgio, 8. Austria, 9. Regno Unito , 10. Spagna, 11. Francia, 12. Germania, 13. Grecia, 14. Portogallo, 15. Italia

(2) 1997 Luigi Barzini jr, “Italiani”, Edizioni BUR Supersaggi.

(3) Ouchi, W. 1980. Markets, Bureaucracies and Clans. In Administrative Science Quarterly, 25: 129-141.

(4) Gouldner, A. 1961. “The norm of reciprocity: A preliminary statement”. In American Sociological Review. Vol. 25, p. 161-178.

(5) Repubblica.it 10 gennaio 2007: “Torna l'esclusività di rapporto con il Servizio sanitario nazionale sia per gli ex primari (i medici di secondo livello dirigenziale) che per gli attuali capi dipartimento. Una risposta da parte del governo che chiede un'assunzione di responsabilità ai vertici dei "camici bianchi" rispetto allo scandalo del dissesto ospedaliero e alle iniziative che ne sono seguite”.

(6) Fonte: Sole 24 Ore, 24 febbraio 2004.

(7) Bof, F., Ticonzero, marzo 2004.

(8) Fonte: Corriere della sera, 17 aprile 2007.

(9) Massimo Gaggi, Corriere della Sera 18 aprile 2007.

(10) A tal proposito, è esemplare il libro di Roberto Saviano, Gomorra (Edizioni Mondatori, 2006), nel quale si racconta come in certe aree italiane le istituzioni sono nemiche da sconfiggere.

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* Ringrazio il dott. Giampietro Parolin per avermi segnalato l'articolo.