Per incominciare propongo un ottimo pezzo di Francesco Bof apparso di recente su ticonzero (attendo Commenti qui):
da: T° (ticonzero - knowledge and ideas for emerging leaders)*
No. 74/2007
Italia, italiani e senso etico: perché gli scandinavi sono più felici di noi?
Francesco Bof
SDA BOCCONI SCHOOL OF MANAGEMENT
I sistemi sociali si connotano per le regole e i comportamenti che le persone che li costituiscono dichiarano di volere, e/o dovere, rispettare. Il sistema politico si caratterizza tra questi come
quel sistema in grado di orientare i comportamenti dei sottosostemi che lo compongono. Questi sistemi sono imprescindibilmente legati uno all'altro: cosa può succedere quando questo rapporto di interdipendenza e responsabilità reciproca non funziona come dovrebbe?
Francesco Bof, prendendo spunto da una ricerca dell'Università di Cambrige sulla felicità dei cittadini europei e passando attraverso l'analisi di stereotipi e fatti di cronaca, evidenzia alcune modalità disfunzionali del rapporto fra cittadino e istituzioni in Italia, ovvero: del "senso etico degli Italiani".
L’etica pubblica, intesa come la capacità di individui, gruppi e comunità nel conformarsi a principi e regole che perseguono il bene pubblico, è un tema di enorme rilevanza perchè riguarda iascuno di noi, perché riguarda la società e ciascuna delle sue componenti organizzate e perché riguarda il rapporto di fiducia reciproca tra i cittadini (noi) e le istituzioni che rappresentano la società. Oggi, in Italia, l’etica è un tema più che mai attuale e forse sarebbe meglio che non lo fosse, come ci conferma anche uno studio dell’Università di Cambridge. Cerchiamo di capire perché. E perché gli svedesi sono più felici di noi.
1 - Antefatti
Philadelphia. Novembre 2002. Nei pochi giorni di permanenza, dibattendo il tema sempreverde delle diversità culturali, sia Frank, collega della University of Pittsburgh, sia Hyrin, amica sud-coreana che vive a New York, mi esprimono seppur con parole diverse la stessa idea: che le popolazioni del Nord Europa siano poco amichevoli, di indole cupa e poco propensa al sorriso, al contrario di quelle del Sud Europa, Belpaese in testa, più socievoli, passionali, sorridenti e confortate dal clima temperato dell’area mediterranea. A supporto della tesi, Frank racconta le sue esperienze ed Hyrin cita statistiche sul numero di suicidi in Svezia.
Stoccolma, Settembre 2003. Mi ci trovavo con Gianni, un collega ed amico, per partecipare ad un Convegno. Una sera Gianni, transitando per caso nei pressi del Palazzetto dello Sport, una moderna struttura a forma di pallone, incuriosito dal viavai di persone, ha chiesto informazioni per sapere quale evento fosse in programma: semifinale degli europei di basket, Italia-Spagna. Del gioco conosceva a malapena le regole, ma il fatto che in campo ci fosse l’Italia e che si trattasse di una partita di cartello, lo convinse a comprare il biglietto per seguire il match. Tutto esaurito. Gianni non molla ed improvvisa: racconta alla cassiera di essere un giornalista (che non è) e di essersi dimenticato il tesserino in albergo. Gentile, sorridente e senza sospetto, né malizia, lei gli fornisce un pass per l’area stampa.
Senza colpo ferire. Incredulo, Gianni prende il pass, accede alla struttura e si gusta la partita da posizione privilegiata. Mi ha poi confessato di aver provato un acuto senso di colpa di fronte alla presunzione di innocenza nei suoi confronti manifestata dalla cassiera svedese: la sua cultura e la sua educazione non prevedevano la possibilità che qualcuno potesse mentire per ottenere gratuitamente o indebitamente un servizio. Sempre a Stoccolma, dopo qualche giorno di permanenza, ho notato l’altissimo numero di persone portatrici di handicap che circolavano, autonomamente, in carrozzina. Ho subito pensato quanto fosse strano che in Svezia fossero così tanti. Poi ho capito, che, in realtà, la differenza rispetto ad altri paesi non stava nel numero, ma nella possibilità che a Stoccolma hanno, al contrario che in Italia, di circolare all’interno della città: grandi spazi, marciapiedi (tutti!) con corridoi di discesa e di salita, negozi con pedane di accesso etc etc. In molte zone di Stoccolma chi ha problemi di motilità può beatamente andare in giro senza bisogno di accompagnatori, senza trovare ostacoli infrastrutturali, perfettamente integrato nel tessuto urbano. Un po’ come in Italia, insomma.
Felicità e società: una sorpresa che arriva da Cambridge. Uno studio dell’Università di Cambridge del 2004 (1) ribalta drasticamente i due stereotipi ribaditi dagli amici di Philadelphia: il primo è quello che riguarda l’Italia, nota per la sua “dolce vita” e per la grande capacità di godersi la vita, il secondo è quello che riguarda le popolazioni nordiche, considerate chiuse ed infelici, intrappolate come sono dal gelo, dal buio e dall’introspezione. La motivazione fornita dallo studio è ancor più interessante: i popoli nordici sono più felici perché credono nello Stato, nelle leggi e nel sistema sociale che gli garantisce un avvenire privo di “cattive notizie”, noi all’opposto non abbiamo fiducia nella società in cui viviamo e nelle istituzioni che la rappresentano, ci sentiamo insicuri e guardiamo al futuro con ansia. In sostanza non abbiamo fiducia in noi stessi. Gli italiani non credono negli italiani e di questo sono preoccupati.
2 - Il senso etico degli italiani
Ripartiamo, ora, dalla nostra cultura nazionale. Il grande giornalista Luigi Barzini jr (e con lui Montanelli), negli anni ’60 descriveva gli italiani con immagini e parole che hanno superato la prova del tempo. I suoi ritratti sono ancora attuali. Barzini insisteva su tratti come scaltrezza, cinismo, diffidenza, buon senso, intuizione, sensibilità artistica. Barzini riuscì anche a trasformare alcuni vizi in virtù: poteri occulti, familismo amorale, scarso senso dello Stato ed opportunismo, elementi portanti del suo straordinario affresco degli italiani e della loro storia (2), rivelano due
facce: un risvolto cattivo, ma anche uno più positivo.
E’ tuttora indubbio che clan, mafie, consorterie e lobby siano forme ricorrenti per cui il bene collettivo viene sistematicamente e furbescamente scavalcato da una pluralità di interessi corporativi, legali od illegali. Il primo di questi interessi è quello, supremo, della famiglia. L’italiano valuta il funzionamento, efficiente o inefficiente, dello Stato, a seconda della sua maggiore o minore coincidenza con l’interesse suo e della sua famiglia. Con la frase “tengo famiglia”, in Italia, si tende a giustificare qualunque comportamento, e se le istituzioni si oppongono, significa che sono mal regolate. Il pragmatismo che ne deriva è di quelli pronti a tutto: la famigerata “arte di arrangiarsi” delle famiglie italiane. In un paese in cui si cresce nel solenne rispetto del detto “chi fa la spia non è figlio di Maria”, si fanno denunce ai Tribunali solo se si ha chiara e diretta convenienza, valutata in seguito ad opportunistiche analisi costi/benefici; se l’esito previsto di un ricorso alla giustizia, dopo aver considerato i suoi tempi, gli ostacoli burocratici, le probabilità di vittoria ed il ritorno economico e di immagine, dovesse essere negativo, a quel punto diventa preferibile rinunciare all’esercizio dei propri diritti.
Oggi più che mai, gli italiani fanno favori solo per poi riceverli e si ritrovano invischiati, per cultura, ma anche per necessità, nella ricerca di scappatoie burocratiche e nell’estenuante corsa alla raccomandazione per sé, per i figli, per i nipoti come se fosse, comunque e sempre, l’unica strada percorribile. Centri di potere, forme di scambio e clientele, rinnegate a parole, sono ambite e ricercate nei fatti; se poi queste fossero in nome di ideali o nobili intenti, tanto meglio, perché questo permetterebbe ai più ipocriti di mascherarsi sventolando bandiere e proclamando il proprio candore. Non ci si stupisca, quindi, che forme estreme, violente ed illegali come mafia, camorra, gruppi criminali stranieri attecchiscano e prosperino: l’Italia è ricca di semi pronti a germogliare all’interno di una cultura del sospetto che non esiste, per esempio, in Svezia. Dove non è neanche immaginabile che un cittadino possa mentire ad un pubblico funzionario contrapponendo i suoi interessi a quelli dell’amministrazione.
Le diverse forme corporative (famiglia, associazioni o partiti politici), però, costituiscono elementi portanti della società italiana, in grado di provvedere ai bisogni dei singoli. Ad esempio, lo sviluppo di legami forti e longevi tra i singoli – ovvero di legami sociali intensi e ripetuti nel tempo – facilita la creazione di fiducia, di valori condivisi e di linguaggi comuni, permettendo, in questo modo, di usufruire di tutti i vantaggi tradizionalmente associati alla forma organizzativa del “clan” (3) come, ad esempio, la riduzione al suo interno del potenziale di opportunismo, la
creazione di una cultura forte e condivisa tra i suoi membri e lo sviluppo di fenomeni di reciprocità tra gli attori coinvolti (4). Ecco il risvolto buono.
Paradossalmente, in queste forme corporative gli individui mostrano fedeltà, spirito di sacrificio, lealtà, e generosità, virtù che uno Stato si attende che siano dedicate proprio al bene collettivo ed alle istituzioni.
3 – La fiducia
Nel rapporto Istituzioni-cittadino, da un punto di vista politico-sociale la ricerca di soluzioni al problema etico riguarda il rapporto di fiducia che deve necessariamente intercorrere tra chi fornisce un servizio pubblico e chi lo riceve all’interno di un ordinamento democratico. La pubblica amministrazione deve riuscire ad essere depositaria di tale fiducia, dimostrandolo attraverso la propria azione. Anche i risultati dello studio degli scienziati di Cambridge confermano che il fattore fondamentale affinché una società sia positiva e possa crescere, anche eticamente, è che ciascun cittadino, possa legittimamente contare sulle istituzioni e sulle strutture di governo pubblico. L’etica rappresenta, dunque, il fine a cui tendere favorendo, ricostruendo e consolidando un rapporto di fiducia tra amministratori ed amministrati.
Siamo probabilmente in una fase in cui la già fisiologicamente scarsa fiducia (che origina dallo scarso senso etico degli italiani di cui si è detto) si sta ulteriormente indebolendo; l’osservazione dei fenomeni attuali nella società italiana, difatti, non ci conforta, senza incorrere nel qualunquismo e nell’errore di “fare di tutta l’erba un fascio”. Anche se non è facile visto i recenti scandali che hanno colpito diversi aspetti della vita italiana. Ad esempio, i sempre più numerosi scandali legati all’inadeguatezza delle cure nelle strutture sanitarie e al dissesto ospedaliero hanno originato il provvedimento (5) del Ministro della Sanità Turco, già auspicato dal suo predecessore. Sempre in tema di salute, il rapporto tra aziende sanitarie pubbliche ed imprese fornitrici non è mai stato cosi’ dibattuto come negli ultimi tempi come testimonia il recente e momentaneo blocco delle sponsonsorizzazioni ai medici e lo scandalo Glaxo di pochi anni fa (6). Anche il settore del risparmio non è rimasto indenne: i crack dei gruppi Parmalat e Cirio hanno screditato le istituzioni garanti dell’affidabilità dei titoli quotati, e creato sfiducia nei risparmiatori (7); neanche la Banca d’Italia è uscita illesa dallo scandalo BPL. Le procedure di appalto nel settore delle costruzioni sono applicate troppo spesso strumentalmente e senza tener conto dell’interesse pubblico, mentre il lavoro nero e l’economia sommersa non danno segno di cedimento, soprattutto in certe zone geografiche. Infine, le vicende recenti che riguardano l’acquisto di Telecom sono state così commentate da Sergio Romano “Il mondo della politica (governo, partiti, sindacati) vuole interlocutori nazionali perché teme, con ragione, che i proprietari stranieri rifiuterebbero di giocare la partita con le regole a cui siamo abituati” (8).
Difficile, dunque, biasimare le proteste di chi non si fida più delle tutele pubbliche, sia dei politici, sia di organismi tecnici come la Consob, l’AIFA, l’Authority delle Telecomunicazioni, la FIGC, etc.
Quanto più interessi individuali o di gruppo male orientati dimostrano la capacità di bypassare le regole, tanto più aumenta la distanza tra cittadini ed istituzioni. Di primo acchito, i fenomeni che affiancano comportamenti non-etici a fattori di inaffidabilità dei sistemi, provocano delusione e disagio nel cittadino. Di solito, segue sempre una reazione, con tempi, modalità e soprattutto esiti diversi: chi ha fatto dell’interesse comune un valore imprescindibile rimane integerrimo perché risponde a se stesso prima ancora che alla società civile, altri, invece, trovano finalmente un alibi ineccepibile per eliminare ogni scrupolo residuo.
Nascono così le premesse di un pericoloso circolo vizioso: la mancata applicazione delle regole pubbliche stimola le tentazioni private, il disinteresse verso il bene collettivo spinge oltremisura gli interessi individuali, il vizio pubblico alimenta il vizio privato.
Chi ci amministra, ci tutela e chi definisce regole e modalità di controllo e di applicazione delle leggi sembra essere soggetto ai vizi del popolo più di quanto non fosse nei decenni precedenti. Le nostre classi politiche non appaiono in grado di rappresentare in solido l’interesse comune come nei decenni passati. Negli anni ’70, periodo buio e conflittuale, i partiti, nessuno escluso, rappresentavano contenuti morali entro i quali trovare protezione e garanzie. Era alta la tensione generale verso valori che tutelassero i nostri diritti, e fors’anche per questo i conflitti sociali si sono spinti troppo in là arrivando ed estremi deprecabili. Ma i cittadini, mediamente, si sentivano rappresentati dalla politica e dalle istituzioni, da una parte o dall’altra. Negli anni ’80 e ’90 si sono innestati una serie di auspicabili processi liberisti che hanno cambiato i partiti e le rappresentanze sociali ma che hanno inevitabilmente abbattuto gli steccati morali; questi processi non sono stati gestiti ed il popolo, gli “Italiani” di Barzini jr e di Montanelli, si è ritrovato a briglie sciolte.
Adesso, nel 2007, anche i partiti si ritrovano privi di leader capaci di ricompattare i valori, garantire l’applicazione delle regole e ricreare, così, fiducia. I diritti fondamentali della persona, i principi di libertà, solidarietà ed uguaglianza, ed un ordinamento giuridico garantista non sono, di per sé, sufficienti, né è stato sufficiente che Ciampi li abbia più volte ricordati insieme ai valori dell’unità nazionale. E invece, come nel caso di AT&T che ha abbandonato l’idea di acquisire Telecom, in assenza di regole o, peggio, in presenza di regole inapplicate “a posteriori……si finisce sempre per creare un'interferenza politica nelle dinamiche di mercato (9)” perdendo credibilità, e minando le potenzialità del progresso tecnologico e del paese.
Ogni volta che scoppia uno scandalo, non si coglie l’opportunità per riscrivere le regole del sistema: è successo con Tangentopoli e con il crack Parmalat, ora anche con Calciopoli. In generale, stiamo continuando a perdere opportunità di recupero del senso etico dello Stato e dell’interesse individuale letto anche come interesse comune. Quando l’illegalità sostanziale si contrappone in modo così virulento alla legalità formale dimostrando di poterla sconfiggere o addirittura di potere non tenerla in considerazione, è la democrazia medesima che perde la sua credibilità, e con lei le istituzioni, percepite sempre più lontane dai cittadini, ed incapaci di offrire risposte adeguate alle domande concrete provenienti dalla società civile. Ecco dunque, che entrano in gioco le conoscenze personali per sopperire a questo vuoto:
l’amico, i parenti, il club del sigaro, il nuovo partito politico locale, la Confederazione, “l’Agenzia Pubblica in cui lavora mio cugino” fino ad arrivare al caso estremo dell’associazione a delinquere, in gergo il “Sistema” (10).
Pertanto, è urgente proporre azioni, strumenti, ruoli che creino una tensione positiva e naturale al fine etico del bene comune e che a) spezzino il circolo vizioso privato-pubblico-privato creato dalla sempre più scarsa fiducia tra cittadini e istituzioni e b) impediscano a culture deteriori, senza freni e con regole proprie, di prevalere e, perché no, c) ridiano speranza nel futuro e soprattutto la felicità di affrontarlo.
Tratteremo alcune di queste azioni, ruoli, strumenti nei prossimi numeri di Ticonzero.
(1) Da uno studio, riportato da Francesco Tortora sul Corriere della Sera del 17 aprile, e condotto nel 2004 da scienziati della Cambridge University su un campione di 20.000 cittadini del Vecchio Continente residenti nei 15 Stati che nel 2004 facevano parte dell'Unione Europea, risulta che gli italiani sono il popolo più infelice. La classifica: 1. Danimarca, 2. Finlandia, 3. Irlanda, 4. Svezia, 5. Olanda, 6. Lussemburgo, 7. Belgio, 8. Austria, 9. Regno Unito , 10. Spagna, 11. Francia, 12. Germania, 13. Grecia, 14. Portogallo, 15. Italia
(2) 1997 Luigi Barzini jr, “Italiani”, Edizioni BUR Supersaggi.
(3) Ouchi, W. 1980. Markets, Bureaucracies and Clans. In Administrative Science Quarterly, 25: 129-141.
(4) Gouldner, A. 1961. “The norm of reciprocity: A preliminary statement”. In American Sociological Review. Vol. 25, p. 161-178.
(5) Repubblica.it 10 gennaio 2007: “Torna l'esclusività di rapporto con il Servizio sanitario nazionale sia per gli ex primari (i medici di secondo livello dirigenziale) che per gli attuali capi dipartimento. Una risposta da parte del governo che chiede un'assunzione di responsabilità ai vertici dei "camici bianchi" rispetto allo scandalo del dissesto ospedaliero e alle iniziative che ne sono seguite”.
(6) Fonte: Sole 24 Ore, 24 febbraio 2004.
(7) Bof, F., Ticonzero, marzo 2004.
(8) Fonte: Corriere della sera, 17 aprile 2007.
(9) Massimo Gaggi, Corriere della Sera 18 aprile 2007.
(10) A tal proposito, è esemplare il libro di Roberto Saviano, Gomorra (Edizioni Mondatori, 2006), nel quale si racconta come in certe aree italiane le istituzioni sono nemiche da sconfiggere.
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* Ringrazio il dott. Giampietro Parolin per avermi segnalato l'articolo.
Friday, May 04, 2007
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